È da tre secoli davanti agli occhi di tutti. È la Madonna della Luce dell’effige di Murorotto, custodita a Palermiti nella chiesa-madre intitolata a San Nicola Vescovo. Un’opera che come una radice identitaria è ancora in grado di catapultare intorno a sé la devozione dei fedeli, e di intrecciare l’atavico rapporto fra storia e leggenda.
Riconnettendo la sfera del sacro alla dimensione dell’umano e del mito, il dialogo fra arte e teologia ha prodotto fin dagli albori del cristianesimo un fecondo connubio esaltato dai maestri del Rinascimento, dagli irriverenti esponenti delle Avanguardie, ma anche dai pittori di quella significativa espressione pittorica popolare – spesso catalogata come minore – che in virtù del linguaggio essenziale, semplificato e ingenuo è riuscita a intercettare la più fervente adorazione.
Il linguaggio dell’arte popolare e il dogma mariano nei colori
Nel dipinto murale di Murorotto, i colori delle vesti di Maria traducono nella loro interezza il dogma di fede che si rinnova di generazione in generazione, proprio come un Magnificat mariano, evidenziando in maniera eccelsa la figura della donna che ha portato il figlio di Dio nell’umanità del suo grembo. Il blu rappresenta la trascendenza, il mistero, il divino; il rosso, invece, simboleggia il mondo terreno, la carne e il sangue.
Cultura bizantina e arte votiva del XVII e XVIII secolo
Una codificazione cromatica che, evocando le suggestioni dell’arte bizantina, veniva costantemente onorata nell’atto creativo dei decoratori portati in gloria nei secoli XVII e XVIII dalla volontà dei privati cittadini di erigere piccoli templi o edicole sacre all’interno dei centri urbani, o disseminati fra le campagne, in segno di ringraziamento per una grazia ricevuta o per assolvere al bisogno di protezione da parte dei Santi o della Madonna.
La Madonna come figura centrale nelle edicole sacre
È la Beata Vergine, in tutte le sue svariate attribuzioni iconografiche, il soggetto maggiormente raffigurato all’interno di queste cappelle votive che – rischiarate da lanterne o lumini – sopperivano perfino all’assenza di illuminazione pubblica.
Di «volgare icona» parla, a proposito dell’effige di Murorotto, il frate dei Minori Cappuccini Giovanni Fiore da Cropani nell’opera Della Calabria Illustrata, scritta fra il 1672 e il 1683, narrando di Giacomo Casalinuovo da Lucinadi che, nel 1720, diede mandato di edificare nel suo apprezzamento di terreno in località Murorotto (incastonato nell’area rurale di San Vito sullo Ionio) una struttura architettonica per ospitare il dipinto della Madonna della Luce, di autore ignoto.
La tradizione popolare: l’affresco arrivato su un carro trainato da buoi
Una versione discordante con la narrazione pervasiva, tenacemente tramandata dal sentimento popolare che sancisce l’estrazione dell’opera dal muraglione e l’arrivo a Palermiti su un carro trainato da una coppia di buoi, proprio nel 1720.
Dalla volontà di procedere a una necessaria rilettura dei patrimoni artistici, emergono dagli archivi una serie di documenti storici che – conservando tracce di umane vicende – pongono l’accento su alcune verità oggettive.
Una fonte, questa, a cui ha attinto anche il professore Gerardo Scalzo per la stesura del suo elaborato di laurea in Lettere e Filosofia, conseguita presso l’Università degli Studi di Salerno nel 2004, improntato proprio sulla storia di Palermiti.
Intervista al professore Gerardo Scalzo
Professore, nel suo lavoro di ricerca prende in considerazione il 1700: secolo in cui la storia si intreccia con il prodigio di Murorotto.
La ricerca intendeva dare voce alla storia religiosa e civile di Palermiti. Ricostruire il passato di uno dei tanti piccoli centri abitati dell’entroterra calabrese in età moderna, combinando lo studio della letteratura storico-scientifica all’analisi della residua documentazione archivistica. Una narrazione fatta dalle nascite e dalle morti di uomini e di donne, che affrontarono la vita con le sue difficoltà e le sue gioie, con le sue miserie e le sue ricchezze.
Un culto diffuso tra i paesi vicini
Quale apporto il suo studio offre alla comprensione della devozione alla Madonna della Luce, negli anni successivi ai fatti di Murorotto?
L’arrivo nel paese dell’immagine della Madonna, avvenuto intorno alla metà del Settecento, rappresenta uno degli eventi più significativi per la vita religiosa del centro abitato. Poco tempo dopo il trasferimento dell’effigie da Murorotto, all’interno della chiesa matrice intitolata a San Nicola, fu eretto l’altare di Santa Maria della Luce.
L’esame dei registri della parrocchia ci dice che quella della Beata Vergine della Luce era l’unica tra le cappelle presenti a Palermiti a poter vantare fedeli forestieri, segno che il culto mariano – legato all’immagine considerata miracolosa – era diffuso già allora nei centri vicini.
Tra le voci delle entrate nei bilanci della cappella troviamo offerte fatte da pellegrini di Catanzaro, Gasperina, Squillace, Serra, Cortale, Vallefiorita (Sant’Elia), Stalettì, Borgia, Isca, Maida, Cardinale, Petrizzi, Centrache, San Floro, Polia, Belcastro, Fabrizia (li Prunari). Tra le uscite compaiono le spese fatte per la festa, tra cui fuochi d’artificio e suonatori («trombettiero» e «tamborinari»).
Per la venerazione fu realizzata una statua, ornata nel 1747 da due corone d’argento – una per la santissima Vergine e l’altra per il bambino Gesù – da un vestito nel 1757 e da un manto nel 1758.
Una nuova indagine per salvare l’opera
Dopo trecento anni, secondo lei, è giusto fare una ricognizione dei fatti?
Sarebbero opportune nuove indagini specifiche di natura tecnico-scientifica sul manufatto; e ancor di più sarebbe necessario un lavoro di restauro, affinché l’opera non vada persa per sempre, con tutto il valore di fede e cultura che è in grado ancora di donarci.
La tesi e la testimonianza di Giovanni Fiore
Facciamo un salto al 1720. Nella sua tesi di laurea ha inserito alcuni documenti storici che in un certo senso avvalorano la versione di Giovanni Fiore da Cropani: il più importante storico che la Calabria abbia avuto nel XVII secolo.
Il primo riferimento al dipinto di Murorotto lo troviamo proprio nel secondo tomo dell’opera postuma di Giovanni Fiore da Cropani. L’origine dell’immagine sacra è attribuita a un pennello volgare, realizzata per volere di Giacomo Casalinuovo, feudatario di Lucinadi. L’effige divenne presto famosa per i numerosi miracoli a essa legati.
Non esiste, purtroppo, altro resoconto del tempo sugli eventi che legarono Palermiti all’icona sacra della Vergine; ma grazie all’analisi delle fonti d’archivio possiamo ricavare una data ben precisa: il 30 luglio del 1745. Nel frontespizio del libro dei conti, infatti, si può leggere la seguente intestazione: «Libro d’introito ed esito de’ voti, elemosine, messe, e spese della Beatissima Vergine della Luce, cominciando dal dì 30 Luglio 1745, giorno della sua traslazione da Murorotto in Palermiti».
Questa data corrisponderebbe proprio all’arrivo dell’affresco a Palermiti. L’opera del padre cappuccino fu completata e integrata dai suoi confratelli, e vedrà le stampe nell’anno 1743, due anni prima della data di trasferimento dell’effigie a Palermiti, così come si può presumere dai registri parrocchiali. Questo può spiegare anche il perché nel volume del religioso, trattando dell’immagine di Santa Maria della Luce in Murorotto, si sia tralasciato di fare menzione a Palermiti.
La leggenda del muratore De Marco e il carro miracoloso
L’opera dedicata alla Vergine della Luce è depositaria di un’altra leggenda: a sferrare i colpi di piccone contro la struttura muraria di località Murorotto, con l’intento di scardinarla, è stato un certo De Marco da Palermiti. Nel suo scritto sono riportate anche delle voci di spesa attribuite proprio a un De Marco.
La leggenda del rinvenimento dell’affresco della Madonna della Luce e del suo arrivo miracoloso a Palermiti fu raccolta negli anni Sessanta in un libretto a carattere devozionale da Domenico Commodaro.
Questo è in sintesi ciò che narra il racconto tradizionale: alcuni contadini di San Vito sullo Ionio rimasero meravigliati dall’apparizione di una luce intensa proveniente da un roveto che copriva un vecchio muro; mossi dal desiderio di scoprire la causa di un così strano evento, si misero a estirpare il roveto; una volta rimossi i cespugli, i contadini si ritrovarono di fronte a un affresco della Madonna vestita di rosso e ammantata di azzurro, che sosteneva col suo braccio sinistro Gesù bambino e nella mano destra un cero acceso.
La notizia del prodigio si diffuse immediatamente tra i fedeli della zona; molti tentarono inutilmente di staccare l’affresco dal muro, ma alla fine solo un muratore di Palermiti, un certo De Marco, vi riuscì. Ritrovata in una zona di confine tra diversi paesi, subito si accese la contesa del luogo che doveva ospitare l’immagine miracolosa.
Dopo lunghe discussioni, si decise di deporla su un carro trainato da due soli buoi. Sarebbe stata la Madonna stessa a scegliere la sua dimora. Il carro con l’effigie superò i paesi vicini di San Vito sullo Ionio, Cenadi, Olivadi, Centrache e si diresse verso Palermiti dove si fermò. Come ogni leggenda anche questa potrebbe contenere elementi di verità.
Le spese registrate nei conti confermano in parte la tradizione orale
Infatti, tra le voci di spesa riportate nelle uscite della cappella della Madonna della Luce, possiamo leggere del pagamento di 80 carlini «A mastro Giuseppe De Marco per le giornate».
Lo stesso nome e probabilmente la stessa persona che secondo la leggenda era riuscito a liberare l’effige dal muro. Nello stesso libro dei conti troviamo, inoltre, la seguente dicitura: «Alli carresi per il trasporto pagati dall’offerta», la somma di tale offerta si raccolse il giorno dell’arrivo dell’immagine sacra. A carico della suddetta cappella compaiono le somme pagate «Per demolire la fabrica restò della Cona, e ricevere j ceramidi».
Un viaggio ufficiale, non solo leggendario
Se c’è un aspetto su cui non sussistono dubbi, però, è che il blocco murario con l’immagine della Madonna della Luce arriva a Palermiti proprio sul carro trainato dai buoi. Ci sono due particolari insoliti, anch’essi in contrasto con la granitica tradizione secolare.
Ancora una volta a far chiarezza sui fatti ci vengono in aiuto le voci di spesa riportate tra le uscite della cappella della Madonna della Luce nel 1745, dalle quali risulta che l’università di Palermiti – che nella società di antico regime era l’equivalente dell’odierna amministrazione municipale – avesse pagato in quell’anno 14 ducati e 15 carlini ai soldati e al subalterno, ufficiale del tribunale della Regia Udienza.
Sarà forse azzardato, con gli elementi a nostra disposizione, ma si potrebbe presupporre che quello dell’immagine sacra da Murorotto a Palermiti sia stato un viaggio avvenuto con tutti i crismi dell’ufficialità su un carro guidato da carrettieri che operarono il trasferimento accompagnati da un drappello militare.
Le radici per comprendere il presente
Professore, per concludere, è del tutto evidente che dai documenti citati emergono elementi meritevoli di una successiva fase di studio, che accerti gli eventi e colmi le lacune. Si riuscirà mai a venirne a capo?
La religiosità a Palermiti affonda le sue radici nel culto mariano, che qui si è sviluppato sotto il peculiare aspetto della venerazione verso Maria Santissima della Luce.
È chiaro come in una trattazione della sua vita religiosa non si possa tralasciare questo che è stato l’elemento fondamentale che ha contraddistinto il passato e continua a contraddistinguere il presente del paese.
Vorrei terminare con la speranza che le nuove generazioni riprendano il lavoro di ricerca storica con la consapevolezza che occorre avere ben salde radici per crescere, consci che la ricostruzione del passato è il cardine per la comprensione della complessa realtà del presente.
Domenico Marcella